mercoledì 28 febbraio 2018

Roma-Tōkyō. Laura Imai Messina: «La gioia è un fuoco d’artificio»


Cos’è un nome e come identifica ciò che designa? È questo che dà corpo e forma di realtà ai luoghi e alle persone o è solo un orpello esterno di cui vestirsi per rendersi riconoscibili agli altri? Già William Shakespeare si interrogava: «Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con un altro nome?». E, soprattutto, cosa intendiamo quando diciamo gioia? Laura Imai Messina se lo è chiesto negli ultimi tre anni e il frutto di questo domandare è il suo nuovo romanzo Non oso dire la gioia (Piemme, pp. 408, € 18,50).

Due città, Roma e Tōkyō, e quattro personaggi: Clara, Momoko, Marcel e Jean. Marcel ignora la provenienza del proprio nome; Jean, che è in realtà Nicola, in questo scambio si illude di poter diventare altro; Clara non ricorda le denominazioni delle strade e attribuisce loro il nome dei suoi pensieri; Momoko, identifica una nazionalità ma non esaurisce in essa una personalità. Ad accomunarli, tra le altre cose, è la ricerca di un linguaggio capace di esprimere le emozioni e l’attesa di quelle. Quattro vite, quattro individualità, quattro dolori che si incontrano sul palcoscenico dell’esistenza e cominciano una recita estemporanea; la vita accade e trova tutti impreparati. Clara, logorata da un desiderio ossessivo di maternità, «reitera la vita come le si offre». Legata in matrimonio a un uomo che non ama, e verso il quale prova solo riconoscenza, si nasconde dietro azioni dettagliate e ripetute che la confermano e la destabilizzano perché «la gratitudine è altro dall’amore», dalla passionalità che le brucia dentro. Momoko, indipendente e decisa, «non cerca neppure l’amore […] ma pretende che le accada. Inatteso, disannunciato e […] contaminante». Marcel, «d’indole buona e generosa», è invece intrappolato nell’amore ingombrante di una madre, un amore che cresce intorno all’assenza di un padre. Spinto dal desiderio della figura materna di renderlo il migliore, Marcel esercita «la perfezione come un’arma», confidando che questa possa infine colmare la mancanza e realizzare il desiderio di una felicità sempre rimandata. Jean-Nicola vive rinchiuso in un esasperante vittimismo. All’inseguimento del sogno di diventare un affermato romanziere, il possessivo Jean si strugge invidioso dell’amico Marcel – di quella gelosia che è «vizio generato dal contatto con chi è più fortunato di noi», o si considera tale, per dirla con Emil Cioran che dà il titolo al romanzo –, e si domanda come mai la gioia altrui sia così complicata da gestire. Ciascuno di questi personaggi si porta dietro, come tutti del resto, un buon carico di fragilità che guida azioni spesso controverse e a tratti grottesche. Laura Imai Messina li segue nella vita che succede loro secondo regole impossibili da determinare, senza esprimere giudizi di valore in merito alle scelte dettate dall’assenza, dalla sottrazione; quest’ultima non è sempre declinata al negativo ma è anche possibilità futura: ad esempio, Momoko è «convinta che demolire lasci spazio a cose più solide, a gioie da venire».

Messina 22.02.2018-Foto Café Inchiostro
Se nel precedente Tokyo Orizzontale, interamente ambientato in Giappone, si rendeva esplicito quell’incontro e scontro tra culture per la difficoltà iniziale di smussare gli angoli, di varcare un nuovo alfabeto, in Non oso dire la gioia le due realtà, italiana e giapponese, si compenetrano e i personaggi si confondono nei due territori. «Clara – racconta Laura Imai Messina nel primo incontro del suo booktour – è un personaggio italiano che non ha nulla a che vedere col Giappone, ma è così calata dentro se stessa che non riesce a ricordare il nome delle strade che percorre; mentre cammina per una via pensa a quello che deve fare e automaticamente quelle strade prendono il nome di un ingrediente, di cosa deve cucinare la sera, di un ricordo. In un certo senso questo sua fare si ricollega a Tōkyō perché Tōkyō non ha nomi propri per la maggior parte delle strade. Probabilmente, se non vivessi dove vivo non mi sarebbe venuta questa idea. In Momoko, personaggio giapponese, c’è di contro una passionalità che secondo me è italiana. Momoko, giapponese nella movenza ma il pensiero contaminato dall’italianità, è una donna molto forte; mi piace l’idea dell’Oriente che precipita nell’Occidente e lo scuote e allo stesso modo l’Occidente che accoglie l’Oriente e le due cose si compenetrano».

Laura Imai Messina torna in libreria con un romanzo maturo, costruito con attenzione attraverso una prosa intensa e ben congegnati espedienti narrativi e temporali. Le tematiche che affronta sono delicate, la scrittura è un continuo fiorire di dettagli, un ricamo sottile di descrizioni frutto di una ricerca accurata del linguaggio che – come la stessa autrice ammette – è molto più vicino, rispetto al primo libro, a quello pubblico del blog Giappone Mon Amour. Sulla genesi dello scritto racconta: «È complicata perché la narrazione è cambiata varie volte nel corso degli anni. Tutto ha avuto inizio dal personaggio di Clara. Poi, leggendo un libro ho trovato il titolo. Io, mentre leggo scrivo e per questo procedo lentamente. Spesso non riesco a finire i libri perché mi lascio catturare da una frase, da una parola; allora, dimentico cosa sto leggendo e parte il viaggio mentale. Insomma, tutto si collega. Mi sembra ci siano stati tanti piccoli suggerimenti che sono convogliati nella scrittura di questo romanzo».

L’amore, l’amicizia, la maternità, l’essere figli, la possibilità della gioia sono elementi costanti in questo intreccio di storie. Clara trasforma la sua ricerca di maternità in un tormento e Laura Imai Messina, che ha tanto cercato per sé questa condizione, sottolinea come «qualsiasi cosa che diventa un’ossessione si porta via un po’ di te, della tua quotidianità, si mangia poco a poco la serenità».
 
Foto di Laura Imai Messina
Nonostante tutto, «si deve sempre lottare per ottenere qualcosa – precisa l’autrice –, anche se non è detto che quel qualcosa arrivi o che chi ottiene meriti ciò che ha ottenuto. È un pensiero destabilizzante perché abbiamo sempre l’idea che come conseguenza dell’impegno ci sarà la realizzazione, ma non esiste necessariamente questo tipo di collegamento. Per quanto riguarda la gioia, quello che volevo esprimere nel libro è che qualcosa prima o poi arriva, anche se non è detto che arrivi nella stessa forma che ci si aspetta. Serve comunque coraggio per essere felici». La felicità va meritata e bisogna anche avere la forza di accoglierla, distinguerla, capirla. E cosa è la gioia per Laura Imai Messina? «Partendo dal titolo del romanzo – dice – ho scoperto che volevo, in qualche modo, individuarla. Distinguo la gioia dalla felicità. La felicità ha al suo interno un’accezione di tempo, nel senso che continua: è quasi uno stato e per questo è irrealistica. La gioia invece è un’esplosione, un fuoco d’artificio: c’è ma è destinata comunque a finire. È più onesta, perché se una gioia fosse continuativa si confonderebbe nell’abitudine e non la si percepirebbe più».

Le vicende di Non oso dire la gioia si dipanano tra Roma e Tōkyō in una contaminazione che solo chi vive le due realtà, e vi si adatta senza doverle paragonare e scontrare, può cogliere: «Mi piaceva l’idea di riaprire una finestra sull’Italia. In qualche modo nel descrivere Roma mi sono trovata a Tōkyō, nel trovarmi a Tōkyō ho immaginato Roma. All’inizio non riuscivo a rappresentarmi un luogo specifico, pensavo a una Rokyo, ma andando avanti le due realtà si sono distinte. Tuttavia, anche se nel romanzo la corazza delle città e delle persone è di una certa nazionalità, l’interno è opposto». Durante la lettura, impegnati nel tentativo di seguire l’intreccio delle vite dei protagonisti, segnato da un alternarsi di gioia e disperazione, una riflessione – molto cara all’autrice – si fa strada, un adagio che cuce le storie: non conosciamo dell’altro che la parte. La parzialità dell’esistenza investe luoghi e persone: «Alcuni luoghi esistono solo in certe ore. […] Alcune città le si ricorda solo in certe stagioni. […] Alcune persone vivono solamente in certi ruoli. […] Ci sono luoghi che esistono solo a pezzi, la completezza non appartiene loro». Questo senso di parzialità – confessa Laura – l’ha mutuato da Marcel Proust, la cui lettura ha generato una serie di note «che sono diventate pezzi interi del libro». Da questa parzialità emerge la necessità di un atto di fiducia per avviarsi lungo il sentiero dell’accettazione dell’altro e di se stessi, così come anche del fallimento e della gioia. Solo in questo stato di accettazione si può dire iniziato il processo di comprensione; tuttavia, in un’esistenza in cui nulla si dà per scontato anche la fiducia ha i suoi tempi e deve essere, come ogni cosa, meritata.

Foto Café Inchiostro
In questo romanzo che nulla ha di definitivo, che non suggerisce facili morali e conclusioni banali che si apre frattale e moltiplica l’esistenza accettando l’impossibilità a definirla, fra le suggestioni di Cioran e Proust sembra esserci spazio anche per qualche elemento – frammentarietà, drammaticità, ironia della buona educazione – vagamente pirandelliano. Solo un concetto è fermo: la vita corre su binari propri e al suo passaggio si scompigliano i progetti, ciò che sembra essere non è e si deve patteggiare sempre tra ciò che si vuole e ciò che si ha, nell’attesa di quell’esplosione improvvisa e passeggera di una gioia «fragile e indifesa». Una seconda prova, quella di Laura Imai Messina, che nella bellezza della prosa e del racconto offre numerosi e meravigliosi spunti di riflessione.


Nessun commento:

Posta un commento